Una terra antica, aspra e dolce ad un tempo: la Marca di Camerino

"La nascita delle antiche pievi": Fematre - Val di Tazza - Casavecchia

La grande diffusione di edifici ecclesiastici come pievi, cappelle e oratori, in quest’area delle Marche rappresenta oggi un’importante testimonianza della struttura religiosa e sociale che la popolazione di queste terre ha assunto in epoca medievale. La distribuzione di chiese più o meno grandi sul territorio testimonia la strettissima relazione che sussisteva tra la popolazione e le attività del culto, e come i due aspetti religioso e sociale di una stessa comunità abbiano avuto un’evoluzione parallela. Le pievi infatti, nei secoli successivi alla caduta dell’Impero romano e fino all’Età comunale, rappresentarono, non solo nelle Marche ma su tutto il territorio italiano, uno dei principali punti di aggregazione delle popolazioni, in prevalenza contadine. Questi edifici ecclesiastici ebbero infatti per la società rurale un ruolo determinante - oltre che dal punto di vista religioso - anche nell’evoluzione di una coscienza collettiva: intere comunità facevano capo e venivano identificate attraverso l’appartenenza a una specifica pieve. Se ne ha traccia ancora oggi nella toponomastica di molti centri urbani in tutta Italia, e nel caso specifico di quest’area delle Marche, Pieve Torina ne è un esempio emblematico. Le chiese quindi, e in particolare le pievi, hanno rappresentato per un lunghissimo periodo il cuore delle comunità rurali, e successivamente anche di quelle cittadine. Ma la pieve, che più propriamente indica una chiesa con funzioni battesimali, non venne concepita inizialmente come chiesa del villaggio: essa era essenzialmente il luogo più agevole per la raccolta dei fedeli che abitavano sparsi sul territorio per le celebrazioni del culto, punto di partenza per la propagazione dei sacerdoti verso le chiese minori (cappelle e oratori) dove veniva regolarmente officiata
La dominazione longobarda e la diffusione dei monasteri
Tra il VII e l’VIII secolo, durante la dominazione longobarda, si assiste a un forte incremento degli edifici ecclesiastici in ambito rurale, favorito dal matrimonio del re Autari con Teodolinda, figlia del cattolico duca di Baviera, e dalla conversione in massa dei Longobardi (603 d.C.), che diedero impulso alla costruzione di nuove chiese anche nel territorio delle Marche. A questo periodo risalgono alcune delle più importanti pievi di quest’area, come quella di Santa Maria a Visso e la pieve di Santa Maria Assunta di Fematre. Un importante ruolo nella diffusione del culto cristiano durante l’Alto Medioevo lo ebbero anche e soprattutto le abbazie e i monasteri benedettini, che durante il regno longobardo godettero di particolari favori: sorti sul finire del VII secolo, molti di questi monasteri vennero utilizzati dai re longobardi come presidi di frontiera, per ricettare truppe militari, per avere preziose informazioni o ancora come penitenziari. In cambio i monasteri poterono godere di diversi benefici tra cui l’immunità dalle tasse, il diritto di imporre dazi e il pieno possesso dei beni. Ne conseguì una forte crescita della popolazione monastica e dei complessi abbaziali, che divennero i maggiori centri della vita religiosa e culturale del medioevo, favorendo una crescita economica e dando un importante impulso alle arti. Nel territorio dell’Alto maceratese ebbero particolare influenza i monasteri benedettini di Farfa, Sant’Eutizio, San Pietro in Valle, Sassovivo, e infine il monastero cistercense di Chiaravalle, che contribuirono in modo determinante all’urbanizzazione delle popolazioni rurali. Da questi centri religiosi dipendevano e venivano amministrati infatti numerosi edifici ecclesiastici sparsi sul territorio.
Il fenomeno dell’incastellamento e le pievi urbane
Questa situazione, che si era andata formando nell’arco di circa cinque secoli dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, tra il X e l’XI secolo subì un cambiamento dovuto allo spostamento di molta della popolazione dalle campagne entro le mura dei castelli: il fenomeno dell’incastellamento vide la nascita di molti borghi e villaggi murati e un conseguente abbandono di abitazioni e centri rurali più difficilmente difendibili da possibili incursioni nemiche. Di conseguenza vennero acquistando di importanza le chiese e le cappelle urbane che in seguito alle migrazioni dalle campagne si venivano a trovare in luoghi più idonei alla cura delle anime, a scapito degli edifici ecclesiastici divenuti più difficilmente raggiungibili, alcuni dei quali vennero anche abbandonati. In questo periodo le pievi mantennero sempre il loro ruolo di chiesa battesimale e la loro dipendenza diretta dal vescovo, ma le comunità facevano adesso riferimento alle chiese più vicine ai centri urbani o interne agli stessi castelli: le chiese parrocchiali si inserirono organicamente nel tessuto delle nuove comunità che si andavano formando nei villaggi fortificati, venendo incontro alle rinnovate necessità della popolazione. Si diffuse infatti in questo periodo il fenomeno della pieve urbana, sebbene nelle Marche sia stato meno comune che in altre zone d’Italia: a volte infatti la comunità castellana si insediò proprio attorno alle originarie pievi, mentre in altri casi le chiese dei borghi fortificati divennero tanto importanti da acquisire anche la funzione battesimale, diventando nuove pievi. Tuttavia il ruolo primario delle pievi più antiche, dette anche pievi madre, e più tardi cattedrali, veniva ancora sottolineato dall’obbligo dei fedeli di recarvisi in occasione dei riti cui generalmente prendeva parte anche il vescovo: la messa del Sabato Santo e la vigilia della Pentecoste. Tra il Duecento e il Trecento, quindi, ad un sistema di comunità identificabili con la pieve di appartenenza, si era ormai sostituito un sistema sociale articolato intorno alle parrocchie e alle pievi urbane.
Le nuove comunità monastiche: gli ordini mendicanti
In questo stesso periodo si assiste anche alla diffusione degli ordini mendicanti, che in alcuni casi assunsero funzioni di carattere pastorale. Le comunità monastiche si insediarono spesso in quelle chiese e cappelle che avevano esaurito le loro vecchie funzioni in relazione ai cambiamenti e agli spostamenti della popolazione nei castelli. In altre occasioni invece si stabilirono in chiese con funzioni di parrocchia: in questi casi titolo e diritti parrocchiali venivano trasferiti in modo quasi automatico ad un’altra chiesa minore. I frati mendicanti infatti, e in modo particolare i francescani, rivolgevano le loro cure alle persone emarginate delle società cittadine, ai poveri, ai viandanti e agli ammalati, rifiutando - come scelta precisa - di assumere le funzioni fondamentali dei preti delle parrocchie. In alcuni casi, che riguardarono principalmente frati predicatori come i domenicani e gli agostiniani, anche se la comunità monastica si insediava in una parrocchia, titoli e diritti parrocchiali non venivano spostati, ma si lasciava che il parroco continuasse a svolgere la sua attività di cura delle anime nella stessa chiesa o in una cappella adiacente. Domenicani e agostiniani si rivolgevano infatti principalmente alla predicazione e all’esercizio del sacramento della penitenza, e la loro grande mobilità mal si conciliava con le necessità di una comunità che si recava regolarmente in chiesa. Sono eccezioni in questi anni i casi in cui i frati svolgevano anche mansioni parrocchiali: l’assunzione diretta di tali funzioni da parte di uno o più membri di comunità monastiche avvenne infatti solo a partire dalla fine del ‘400. Le funzioni del clero secolare e di quello regolare quindi rimasero fortemente separate almeno fino al XVI secolo, favorendo l’arricchimento e la diffusione delle chiese in un periodo in cui, con il rafforzarsi delle città, la popolazione stava gradualmente tornando ad abitare anche nelle campagne e in piccoli insediamenti rurali. In epoca comunale e post-comunale, tra il XIV e il XVI secolo, la mancanza in quest’area delle Marche di uno Stato regionale forte, come era accaduto in altre zone italiane, e successivamente la diretta dipendenza dallo Stato della Chiesa (1506), favorirono il mantenimento della struttura sociale di origine medievale. La popolazione più che altro rurale di queste terre rimase legata e continuò ad identificarsi fondamentalmente con le pievi e le parrocchie di appartenenza o con il centro urbano dove si trovava la pieve madre, più che con una Signoria o uno Stato. Allo stesso modo, la conformazione del territorio e delle circoscrizioni ecclesiastiche che si era delineata durante il medioevo rimase sostanzialmente immutata fino alla metà del XVI secolo, quando il Concilio di Trento impose un riordino pressoché definitivo dell’assetto giuridico e amministrativo della Chiesa cattolica.
Culto religioso e vita rurale
Tra la chiesa e la vita del villaggio vi era un fortissimo legame, testimoniato dall’andamento con cui la vita di pievi, cappelle e chiese in generale seguiva lo sviluppo della vita nelle campagne e nei centri urbani. Inoltre, è noto come la stretta relazione tra il culto e
Gli edifici di culto
Il valore delle chiese è indirettamente testimoniato dalla solidità con cui questi edifici venivano costruiti rispetto anche alle case private: le pievi rurali e le pievi urbane erano infatti sentite nella coscienza collettiva come luoghi pubblici e quindi appartenenti all’intera comunità. La cura degli edifici di culto, la costruzione o ricostruzione in caso di terremoti, il loro abbellimento con decorazioni ad affresco, il mantenimento degli arredi, e in generale tutte le spese che la salvaguardia delle chiese comportava, erano sostenute dal clero attraverso l’amministrazione dei redditi ecclesiastici e in modo particolare delle decime pagate dalla comunità. Il diritto di decima infatti fu causa di aspre contese, soprattutto a partire dal XII e XIII secolo, in concomitanza con lo spostamento della popolazione dalle campagne, con il proliferare di chiese minori e di cappelle private o conventuali e il conseguente abbandono di alcune pievi. Divenne anche sempre più comune l’offerta di ingenti somme da parte di laici attraverso donazioni e testamenti che spesso prevedevano lasciti dilazionati nel tempo per la cura delle chiese o cappelle dove si veniva sepolti. Di particolare importanza era il campanile che, oltre a richiamare alla messa e invitare alla preghiera, scandiva le ore della giornata, e cosa ancor più importante annunciava l’imminenza di temporali, inondazioni e pericoli d’ogni sorta: le incursioni di animali predatori come quelle dei nemici. Le pievi e le parrocchie inoltre, essendo sentite nella coscienza comune come appartenenti all’intera comunità, venivano utilizzate - in occasione delle riunioni domenicali della popolazione - per fare annunci di ogni genere. Il sagrato della chiesa, che aveva anche la funzione di raccogliere il popolo, veniva utilizzato per comunicazioni e discussioni di fatti e argomenti che riguardavano la vita quotidiana dell’intera comunità, tanto che a volte vi venivano stipulati persino atti notarili.
La venerazione delle immagini
Particolare importanza avevano nelle chiese rurali le immagini del Cristo e della Passione, che avevano largo spazio nelle rappresentazioni e nelle decorazioni poiché ricordavano le sofferenze - e spesso anche le ingiustizie - di cui la vita contadina era intessuta. In tal senso di estrema importanza era anche il culto della Madonna per il suo specifico attributo di intermediatrice tra l’uomo e Dio: a lei ci si rivolgeva comunemente per chiedere l’intervento del divino, e perciò era particolarmente venerata e sentita vicina al popolo. Questo spiega la grande diffusione di pievi dedicate a Maria e del culto della Madonna del Rosario (dovuta anche alla vicinanza con il santuario domenicano della Madonna di Loreto) che prevede ancor oggi la recita delle preghiere accompagnate dalla meditazione sui misteri della vita di Gesù e della Vergine. I santi, invece, venivano venerati come protettori e guaritori attraverso numerose immagini e statue: nella mentalità popolare, i santi dovevano adoperarsi per tenere lontane le intemperie che causavano danni ai raccolti o al bestiame, come fulmini, temporali ed epidemie, oltre che a salvaguardare la loro salute da malattie e pestilenze. Le perturbazioni che distruggevano messi, vigne e raccolti, come le malattie che decimavano il bestiame, erano considerate dai contadini una manifestazione del demonio contro il quale venivano invocati i santi, quasi come una forma di “magia bianca”. Le immagini di San Rocco, che protegge dalla peste, o di Sant’Antonio abate, santo eremita “guardia de’ buoi e degli asini e de’ porci e delle pecore”, come lo definisce Boccaccio nel Decameron, o di altri santi ancora che avevano forti legami con la guarigione e la prevenzione dalle malattie, erano particolarmente diffuse in epoca medievale e in modo particolare negli ambienti rurali. Le statue lignee, spesso racchiuse entro cassoni per conservarne l’integrità, venivano portate in processione in occasioni particolari, durante le maggiori festività cristiane, come la Pasqua, o per la celebrazione dei santi patroni.
L’iconografia della Madonna del Rosario
La Madonna del Rosario, molto diffusa nel territorio delle Marche, era l’immagine della Madonna favorita dall’ordine dei Domenicani poiché, secondo la tradizione, la Vergine era apparsa a san Domenico, fondatore dell’ordine, facendogli dono di un rosario, la corona utilizzata per la meditazione e la preghiera rivolta a Cristo e alla Madonna. Le meditazioni, in tutto quindici, conosciute come i “misteri”, sono divise in tre serie: gaudiose, gloriose e dolorose, rappresentate a volte da rose di diverso colore, bianche, rosse e gialle. La rosa era una pianta presente anche nel Paradiso, ma senza spine: la loro presenza nelle rose terrestri era intesa come monito e ricordo del peccato originale; ciò nonostante al profumo delle rose veniva attribuito il significato di memoria dello splendore del Paradiso. Nella simbologia cristiana la rosa rossa è metafora del martirio, ma essendo anche, per antica tradizione, simbolo dell’Amore trionfante, la rosa veniva spesso associata alla figura della Madonna, della quale uno degli epiteti è proprio “rosa senza spine”.











